
I medici di tutto il paese si trovano ad affrontare un paradosso nato dalle buone intenzioni. Il dolore – un tempo salutato come il
I medici di oggi hanno un duplice mandato: alleviare le sofferenze reali e allo stesso tempo vigilare contro la dipendenza che l’industria sanitaria ha contribuito a diffondere. Riconoscere precocemente
Questa crisi ha catalizzato un cambiamento fondamentale nella cura del dolore. La monoterapia con oppioidi non è più l’opzione predefinita. Al contrario, sta prendendo piede un paradigma multimodale, incentrato sul paziente, che intreccia opzioni farmacologiche, terapie fisiche, interventi comportamentali e procedure minimamente invasive. In questo nuovo modello, gestire il dolore significa trattare l’intera persona, non solo il sintomo.
Gli ospedali stanno inoltre adottando sempre più spesso i Transitional Pain Services (TPS), programmi specialistici progettati per identificare e gestire i pazienti ad alto rischio di insorgenza di dolore dopo un intervento chirurgico. Tra questi vi sono i soggetti con dolore cronico, quelli in terapia con oppioidi a lungo termine e i pazienti con una storia di disturbo da uso di sostanze. I programmi TPS colmano il divario tra l’assistenza post-operatoria acuta e la gestione del dolore a lungo termine, con l’obiettivo di prevenire lo sviluppo del dolore cronico e ridurre la dipendenza da oppioidi.
Tecniche di gestione del dolore per ridurre il disagio
I moderni approcci al trattamento del dolore cronico enfatizzano innanzitutto le strategie non oppioidi, riflettendo sia le evidenze cliniche che l’esperienza dei medici. Come ha osservato un medico di medicina interna nigeriano, “La gestione efficace del dolore è un aspetto molto difficile della medicina, visto il rischio di dipendenza da oppioidi. La gestione con l’uso di oppioidi è più facile da attuare quando i pazienti hanno una condizione terminale che può essere adeguatamente prognosticata, ma non è così per le condizioni in cui ci si aspetta che i pazienti guariscano”. Questa prospettiva sottolinea il motivo per cui i medici si rivolgono sempre più spesso ad approcci integrati e non farmacologici per i pazienti con patologie croniche o recuperabili.
Questo cambiamento è confermato da un recente sondaggio Sermo, basato su un piccolo campione:
- Quasi la metà dei medici (47%) ha dichiarato che gli approcci multimodali alla gestione del dolore bilanciano al meglio il sollievo dal dolore con il rischio di dipendenza.
- Il 31% è favorevole a combinare linee guida più rigide per la prescrizione con un accesso più ampio alle terapie non oppioidi, mentre coorti più piccole hanno sottolineato ogni strategia – sia una prescrizione più rigida che un’espansione delle opzioni non oppioidi – singolarmente.
Questi risultati sottolineano un chiaro consenso: i medici vedono il futuro della cura del dolore come stratificato, integrativo e incentrato sul paziente piuttosto che affidato a un singolo intervento.
Ciascuna delle seguenti tecniche – a partire da metodi semplici e accessibili come la terapia del calore e del freddo – rappresenta l’elemento costitutivo di un piano multimodale di gestione del dolore e offre opzioni basate su prove di efficacia per ridurre il dolore e il disagio fornendo un sollievo efficace e a basso rischio, illustrando come le strategie non oppioidi possano trasformare la cura del paziente.
Applicare calore o freddo
Il sollievo naturale dal dolore inizia con tecniche semplici e casalinghe come la terapia del calore e del freddo, senza bisogno di prescrizioni. La terapia del calore aumenta il flusso sanguigno, riduce la rigidità e rilassa i muscoli, mentre la terapia del freddo riduce l’infiammazione e anestetizza l’attività nervosa. Entrambe sono ampiamente raccomandate come interventi di prima linea per il dolore muscoloscheletrico. Questi metodi semplici e accessibili sono in linea con il più ampio allontanamento dagli oppioidi, in quanto forniscono sollievo senza rischi farmacologici.
Massaggio delicato
Come componente chiave della gestione del dolore a casa, il massaggio migliora la circolazione, riduce la tensione muscolare e stimola il rilascio di endorfine. Studi clinici dimostrano i benefici per la lombalgia cronica e la fibromialgia. È importante notare che il massaggio è una tecnica che i pazienti possono integrare in La gestione del dolore nel comfort e nella privacy del proprio spazio, rafforzando l’idea che una cura efficace non richiede sempre una prescrizione medica.
Stimolazione elettrica transcutanea dei nervi (TENS)
La terapia TENS eroga lievi correnti elettriche che bloccano i segnali del dolore a livello del midollo spinale. L ‘evidenza supporta il suo utilizzo per il dolore neuropatico e muscoloscheletrico, con effetti collaterali minimi. Per i medici rappresenta uno strumento pratico da consigliare prima di passare alle opzioni farmacologiche.
Terapia cognitivo-comportamentale (CBT)
La CBT aiuta i pazienti a riformulare gli schemi di pensiero disadattivi che amplificano la percezione del dolore, in particolare in coloro che sono inclini alla catastrofizzazione del dolore, unarisposta psicologica in cui i pazienti ingigantiscono o si soffermano sulle sensazioni del dolore. Le ricerche dimostrano che la catastrofizzazione è uno dei più forti predittori dell’aumento dell’intensità del dolore e della disabilità, rendendo gli interventi cognitivo-comportamentali uno strumento cruciale nella cura del dolore cronico.
Come ha sottolineato un radiologo statunitense della comunità Sermo, “le linee guida sulla prescrizione degli oppioidi si basano sul fatto che non sono una prima scelta e che dovrebbero essere prescritti alla dose più bassa che sia efficace e rivalutati a ogni visita”. La CBT esemplifica il tipo di terapia non oppioide che le linee guida incoraggiano i medici a privilegiare.
Respirazione profonda
Imparare a gestire il dolore al di fuori degli ambienti clinici spesso inizia con la respirazione profonda che attiva il sistema nervoso parasimpatico, riducendo l’amplificazione del dolore indotta dallo stress. Spesso viene abbinata alla mindfulness o all’immaginazione guidata, il che la rende una strategia accessibile e a costo zero per i pazienti che vogliono imparare a gestire il dolore al di fuori degli ambienti clinici.
Evocare la risposta di rilassamento
Tecniche come il rilassamento muscolare progressivo abbassano l’eccitazione simpatica, riducendo la sensibilità al dolore. Questi metodi sono particolarmente utili per i pazienti con sindromi dolorose legate allo stress.
Meditazione con immagini guidate
La meditazione altera l’attività cerebrale nelle regioni di elaborazione del dolore, mentre l’immaginazione guidata aiuta i pazienti a riorientare l’attenzione dal disagio. Gli studi di risonanza magnetica confermano la riduzione dell’attivazione della corteccia cingolata anteriore durante la meditazione, supportando il suo ruolo nel trattamento del dolore cronico.
Mindfulness
È stato dimostrato che la riduzione dello stress basata sulla mindfulness (MBSR) migliora la qualità della vita e riduce la dipendenza dagli oppioidi. È ora raccomandata dall’American College of Physicians per la lombalgia cronica. Questo approccio consente inoltre ai pazienti di assumere un ruolo attivo nella loro guarigione, rafforzando la fiducia tra medico e paziente.
Yoga e tai chi
Per i pazienti che vogliono affrontare il dolore cronico in modo olistico, lo yoga e il Tai Chi combinano movimento, controllo del respiro e consapevolezza. È dimostrato che il tai chi riduce il dolore dell’osteoartrite, mentre lo yoga migliora la funzionalità nella lombalgia cronica. Per i medici, consigliare queste pratiche può essere un modo per integrare il sollievo naturale dal dolore nei piani di trattamento, soprattutto per i pazienti che cercano un modo per alleviare il dolore senza ricorrere ai farmaci.
Le principali barriere che ostacolano una gestione efficace del dolore
Nonostante i progressi della ricerca e delle linee guida, i medici continuano ad affrontare ostacoli significativi nella gestione del dolore. Queste sfide non sono solo cliniche, ma anche sistemiche, culturali e relazionali. Uno dei problemi più urgenti è la natura ad alta intensità di tempo della cura del dolore cronico.
Un medico statunitense di medicina del dolore ha spiegato: “Gestire i pazienti con dolore cronico è impegnativo perché l’unica misura oggettiva della risposta terapeutica è la funzionalità del paziente. Lo stato funzionale di un paziente può essere accertato solo attraverso un rapporto collaborativo tra medico e paziente. Purtroppo questo richiede molto tempo e il modello di rimborso non supporta questo tipo di assistenza”.
Questo sottolinea come i vincoli strutturali – tempi di appuntamento brevi e rimborsi limitati – compromettano la capacità di fornire un’assistenza completa e personalizzata.
I risultati del sondaggio Sermo riflettono queste realtà: Il 34% dei medici ha individuato nell’accesso limitato alle risorse per la gestione del dolore l’ostacolo maggiore, mentre il 28% ha indicato la mancanza di formazione e di educazione alle tecniche non oppioidi. Altri hanno sottolineato i limiti di tempo durante le consultazioni (14%), le preoccupazioni sugli effetti collaterali dei farmaci (12%) e le restrizioni normative (12%). Nel complesso, questi risultati dimostrano che i medici non sono solo alle prese con le sfide del paziente, ma anche con lacune sistemiche che limitano la loro capacità di fornire un’assistenza olistica.
Un’esigenza spesso trascurata è la definizione di protocolli perioperatori chiari per i pazienti affetti da dolore cronico mantenuti in terapia con agonisti-antagonisti oppioidi. Questi farmaci complicano il controllo del dolore post-chirurgico e, in assenza di protocolli strutturati, i pazienti possono sperimentare un’analgesia inadeguata o un’astinenza involontaria. Standardizzare gli approcci per queste popolazioni è essenziale per garantire la continuità delle cure e minimizzare i rischi durante gli interventi chirurgici.
Un’altra barriera è la mancanza di strumenti di valutazione standardizzati e ricchi di sfumature nella pratica quotidiana. Sebbene il dolore sia intrinsecamente soggettivo, strumenti strutturati come la scala analgesica e le scale del dolore sono ancora poco utilizzati. Un medico del Sermo ha sottolineato: “A mio parere, a prescindere dalle politiche, è molto importante fare un uso corretto di quella che conosciamo come scala analgesica, basata soprattutto su una scala del dolore del paziente che trattiamo individualmente, associata alla presunta diagnosi o alla causa nota di tale dolore”. Questo sottolinea l’importanza di adattare il trattamento sia all’esperienza riferita dal paziente che all’eziologia sottostante, piuttosto che affidarsi ad approcci univoci.
Infine, c’è la dimensione umana dell’assistenza. La gestione del dolore non riguarda solo gli interventi e i protocolli, ma anche la relazione terapeutica stessa. Come ha detto sinteticamente un radiologo statunitense: “Una gestione efficace del dolore si basa sull’empatia e sulla gentilezza”. Senza fiducia, i pazienti potrebbero non riferire i sintomi, resistere alle strategie non oppiacee o disimpegnarsi dai piani di trattamento a lungo termine.
Nel complesso, questi dati rivelano che gli ostacoli a una gestione efficace del dolore non riguardano semplicemente l’accesso alle terapie, ma anche il tempo, gli strumenti e la fiducia. Per superarli è necessaria una riforma del sistema, una migliore formazione sulle tecniche non oppioidi e una rinnovata enfasi sul rapporto medico-paziente come fondamento dell’assistenza.
Come le disparità impediscono ai pazienti di accedere a un trattamento del dolore efficace
Le disparità nella gestione del dolore sono determinate dalla razza, dallo status socioeconomico, dalla geografia e dalle differenze culturali. La ricerca mostra costantemente che i pazienti neri, ispanici e a basso reddito hanno meno probabilità di ricevere un adeguato sollievo dal dolore rispetto ai pazienti bianchi o a reddito più elevato. Gli studi hanno anche rilevato disparità nei tipi di procedure per il dolore acuto offerte. Ad esempio, i pazienti appartenenti a minoranze hanno meno probabilità di ricevere l’anestesia spinale durante il parto cesareo o i blocchi nervosi periferici durante gli interventi ortopedici, procedure che possono ridurre il rischio di sviluppare dolore cronico. Queste disuguaglianze nella gestione del dolore procedurale possono contribuire al carico sproporzionato di dolore a lungo termine riscontrato tra le popolazioni minoritarie.
I pazienti delle zone rurali, invece, spesso non hanno accesso a cliniche del dolore multidisciplinari o a specialisti, e quindi hanno poche opzioni oltre alle cure primarie.
Una sfida più profonda risiede nel modo in cui la medicina stessa ha storicamente affrontato il dolore cronico. Come ha osservato un medico di famiglia, “una delle principali ragioni per cui il dolore cronico è stato sottotrattato e ignorato per decenni è che la medicina tende a banalizzare le condizioni che non ha gli strumenti per spiegare”. Questa prospettiva evidenzia come i pregiudizi sistemici non riguardino solo la razza o il reddito, ma anche il divario epistemico: quando la medicina non è in grado di misurare o spiegare facilmente una condizione, rischia di liquidarla del tutto.
Un sondaggio Sermo ha rivelato che:
- Il 59% dei medici ha dichiarato che le disparità razziali e socioeconomiche contribuiscono alla disparità di accesso agli antidolorifici.
- L’11% ha individuato nelle disparità la causa principale di una gestione inadeguata del dolore.
- Il 13% ritiene che le disparità riguardino solo un piccolo numero di pazienti.
- Il 18% ha dichiarato che le disparità non hanno un impatto significativo.
Questi risultati rivelano una professione divisa nella percezione ma in gran parte allineata sul fatto che le disparità rimangono un ostacolo significativo per un’assistenza equa. Le differenze culturali complicano ulteriormente il trattamento. Alcuni pazienti possono sottovalutare il dolore a causa dello stigma, mentre altri possono esprimerlo in modi che i medici interpretano male. I pregiudizi impliciti possono portare gli operatori a sottovalutare il dolore in alcune popolazioni, rafforzando i cicli di sottotrattamento.
Infine, le barriere socioeconomiche – come la mancanza di copertura assicurativa per la fisioterapia, la CBT o le terapie integrative – fanno sì che anche quando i medici raccomandano strategie non oppioidi, i pazienti potrebbero non essere in grado di accedervi. Il risultato è un sistema in cui le popolazioni più vulnerabili sono spesso lasciate con poche opzioni, perpetuando le disuguaglianze sia nella cura del dolore che nella fiducia nella sanità.
Superare lo stigma che circonda la gestione del dolore
Lo stigma rimane una delle barriere più persistenti nella cura del dolore cronico. I pazienti si sentono spesso respinti, etichettati come “in cerca di farmaci” o incompresi sia dal pubblico che dagli operatori sanitari. Questo stigma non solo scoraggia i pazienti dal cercare aiuto, ma erode anche la fiducia nel rapporto medico-paziente.
Gli approcci innovativi stanno iniziando a cambiare questa narrazione. Le piattaforme di teleassistenza consentono ai pazienti di condividere le loro esperienze in un ambiente più confortevole, mentre i dispositivi indossabili forniscono dati oggettivi che possono convalidare le segnalazioni di dolore dei pazienti. Anche le cliniche del dolore multidisciplinari, che integrano fisioterapia, psicologia e cure interventistiche, aiutano i pazienti a sentirsi ascoltati e supportati da un team piuttosto che giudicati da un singolo operatore.
I risultati del sondaggio Sermo sottolineano il modo in cui i medici stessi vedono la strada da percorrere: il 43% ha affermato che per superare lo stigma è necessaria una combinazione di strategie, tra cui l’educazione, il dialogo aperto, la sensibilizzazione del pubblico e l’aumento dei fondi per la ricerca. Un altro 28% ha posto l’accento sui programmi educativi rivolti sia agli operatori che al pubblico, mentre il 12% ha sottolineato il potere della narrazione da parte di chi soffre di dolore cronico. L’11% ha indicato il finanziamento della ricerca e il 6% ha sostenuto campagne pubbliche incentrate sull’empatia. L’insieme di queste risposte riflette un forte consenso sul fatto che lo stigma non può essere smantellato con un solo intervento, ma richiede piuttosto un cambiamento culturale su più fronti nel modo in cui il dolore viene compreso e affrontato.
Lo stesso tema del supporto globale è emerso in un altro sondaggio, in cui si chiedeva come gli operatori sanitari possono sostenere meglio i pazienti che si sentono abbandonati dal sistema. Quasi la metà dei medici (47%) ha risposto “tutto quanto sopra”, sottolineando la necessità di educare i pazienti (27%), di sostenere le politiche (10%) e di elaborare piani di cura personalizzati (16%) che lavorino in tandem. Questi risultati confermano che per ripristinare la fiducia non basta l’empatia, ma servono anche cambiamenti strutturali e percorsi di cura personalizzati che facciano sentire i pazienti visti e supportati.
Combinando educazione, empatia e innovazione, i medici possono contribuire a riformulare il dolore cronico non come un difetto o una debolezza del carattere, ma come una condizione medica legittima che merita compassione e cure complete.
Cosa significano per i medici i nuovi trattamenti per la gestione del dolore?
Il passaggio da un’assistenza incentrata sugli oppioidi ha profonde implicazioni per i medici. Non più visti principalmente come prescrittori, i medici sono sempre più chiamati a fungere da educatori, coordinatori e sostenitori all’interno di un modello più ampio e multidisciplinare di cura del dolore. Ciò richiede non solo competenze cliniche, ma anche la capacità di guidare i pazienti attraverso uno spettro di terapie che vanno ben oltre i farmaci.
Un membro del Sermo ha sottolineato: “La gestione del dolore cronico è multidisciplinare e il personale sanitario coinvolto nella sua gestione deve essere preparato e conoscere la sua fisiopatologia; in questo modo potrà somministrare i diversi strumenti di gestione del dolore, tra cui la psicoterapia, la terapia fisica e la riabilitazione, un adeguato trattamento farmacologico, seguendo la scala analgesica e arrivando fino ai blocchi o alle infiltrazioni, oltre a provare nuovi farmaci non oppioidi che ridurranno la dipendenza di questi pazienti.”
Questo rappresenta l’evoluzione del ruolo dei medici: integrare diversi strumenti, adattarli alle esigenze individuali e garantire che i pazienti ricevano un sollievo sicuro, efficace e sostenibile. Per molti medici, questo significa rivalutare la propria identità professionale. La gestione del dolore non consiste più nello scrivere una ricetta, ma nel guidare un team di cura che può includere fisioterapisti, psicologi, specialisti interventisti e persino strumenti di salute digitale come piattaforme di teleassistenza e dispositivi indossabili. I medici devono anche abbracciare il modello biopsicosociale del dolore, riconoscendo che i fattori biologici, psicologici e sociali danno forma all’esperienza del paziente.
In definitiva, il ruolo del medico si sta espandendo verso una leadership basata sull’empatia: ascoltare profondamente, convalidare le esperienze dei pazienti e offrire soluzioni che ripristinino sia la funzionalità che la fiducia. Adottando questo approccio olistico, i medici possono aiutare i pazienti a ottenere risultati a lungo termine, riducendo al contempo i rischi di dipendenza e assuefazione che hanno caratterizzato l’era degli oppioidi.
Punti di forza
La moderna gestione del dolore non consiste più nel “mascherare il dolore” con una pillola. Si tratta di un’attività complessa e incentrata sul paziente che richiede:
- Un approccio multidisciplinare che integra terapie fisiche, psicologiche e interventistiche.
- Affrontare le barriere sistemiche come la copertura assicurativa e le lacune nella formazione.
- Affrontare lo stigma per ripristinare la fiducia e migliorare l’aderenza.
- Sfruttare la tecnologia e la teleassistenza per ampliare l’accesso.
Sermo offre ai medici una comunità vitale per condividere strategie, discutere le sfide e collaborare per costruire un modello di cura del dolore più empatico ed efficace. Impegnandosi in queste conversazioni, i medici possono guidare il cambiamento verso una gestione del dolore più sicura e olistica nell’era post-opioidi.